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07/06/2026 12:37 - Petter Johannesen

La grande Avventura di Karsten

La Grande Avventura di Karsten

Vi racconto la storia di un bambino che a otto anni decise di intraprendere il suo primo viaggio d'avventura da solo. Una di quelle decisioni che solo i bambini coraggiosi — o forse un po' matti — sanno prendere con la serietà di un ammiraglio che salpa verso l'ignoto.

Il Protagonista

Si chiamava Karsten. Biondo, occhi azzurro-grigi come il mare di Genova nelle giornate nuvolose, e un numero imprecisato di lentiggini sparse sul naso — lui diceva che erano esattamente quarantasette, ma nessuno aveva mai avuto il coraggio di contarle davvero. Era piccolo per la sua età, ma quello che gli mancava in centimetri lo compensava abbondantemente in vivacità: era il tipo di bambino che entrava in una stanza e la stanza sembrava immediatamente più rumorosa.

Abitava in Via Montegalletto, una piccola stradina di Genova, in un appartamento al secondo piano con un balcone lungo almeno otto metri — una distesa gloriosa di cemento e persiane che, agli occhi di Karsten, era qualcosa di molto, molto più grande.

La Flotta del Balcone

Perché Karsten aveva trasformato quel balcone nella sua nave. Non una navicella qualsiasi: un vascello a sei alberi, tanti quante erano le persiane. Aveva montato cime, drizze e scotte con la meticolosità di un marinaio della Superba, e da lassù governava i suoi viaggi immaginari verso porti lontanissimi — le Indie, i Caraibi, forse anche oltre il bordo del mondo.

Dal balcone la vista era stupenda: il porto di Genova si apriva davanti a lui come una cartolina animata, con le gru, i cargo, i traghetti che andavano e venivano. Di sera, la Lanterna — il faro più alto d'Italia, orgoglio di ogni genovese — lampeggiava con la sua luce antica e solenne, illuminando tutto ogni pochi secondi come se stesse facendo il punto nave proprio per lui.

La madre, però, non condivideva del tutto la visione romantica. Ogni tanto lo relegava in camera con un perentorio «Karsten, smettila di sbattere quelle persiane, sembra che cada il palazzo!» — e Karsten obbediva, almeno finché lei non tornava in cucina.

Il Lupetto di San Nicola

Karsten andava abbastanza bene a scuola, ma i suoi pensieri preferivano navigare altrove: tra giungle, fiumi in piena, foreste sconosciute. Per fortuna aveva trovato il posto giusto dove coltivare questi sogni. Al Castelletto, nella chiesa di San Nicola, c'era un florido gruppo di lupetti e scout, e Karsten ne era un frequentatore assiduo e appassionato.

Adorava il mondo del Libro della Giungla di Kipling: i capi portavano i nomi dei personaggi — Bagheera, Kaa, Baloo — e durante le riunioni si raccontavano storie di avventura, di coraggio, di vita all'aperto. Per Karsten era quasi meglio del cinema. Quasi, perché nel cinema non ti insegnavano a fare i nodi.

Il Piano

Ma le gite domenicali sulle colline sopra Genova non bastavano più. Karsten voleva vera avventura. Dopo settimane di riflessioni serissime — del tipo che si fanno stesi sul letto a fissare il soffitto — aveva preso la sua decisione: sarebbe partito da solo.

La pianificazione fu degna di uno stato maggiore.

Il vettovagliamento fu selezionato con cura chirurgica:

  • Scatolette di fagioli e piselli (nutrienti, compatte, difficili da rompere)
  • L'intramontabile Simmenthal — il bue in scatola, pilastro di ogni avventura italiana degna di questo nome
  • Qualche biscotto, perché anche gli esploratori hanno bisogno di dolcezza
  • Fiammiferi lunghi di legno, non quelli miseri di cera — quelli seri, da griglia estiva — più una confezione di fiammiferi antivento acquistati con aria disinvolta in tabaccheria in Corso Dogali, come se fosse la cosa più normale del mondo per un bambino di otto anni

Il guardaroba fu ridotto all'essenziale:

  • Un paio di pantaloncini (i pantaloni lunghi erano roba da adulti annoiati)
  • Tre magliette a maniche lunghe
  • Il maglioncino dei lupetti — perfetto, multifunzione, e con un tocco di autorità ufficiale

Il resto dell'equipaggiamento:

  • Una pila per la sera
  • Carta da giornale vecchia per accendere il fuoco
  • La legna secca, quella l'avrebbe trovata sul posto — Karsten era ottimista per natura

La Partenza Segreta

Nessuno doveva sapere nulla. L'operazione richiedeva la precisione di una missione segreta, e Karsten la eseguì con freddezza ammirevole.

La mattina della partenza, pochi secondi prima di uscire di casa, aprì silenziosamente la finestra della sua camera da letto e gettò lo zaino nel vuoto — secondo piano, atterraggio morbido sulla strada, missione riuscita. Poi infilò la cartella in spalla, pettinò le quarantasette lentiggini con la mano e salutò la mamma con la naturalezza di chi sta semplicemente andando a scuola.

«Ciao mamma, vado con Livio!»

Livio era il suo migliore amico e da tempo serviva inconsapevolmente come copertura. La mamma annuì senza alzare gli occhi dalla colazione. Karsten scese le scale, recuperò lo zaino dall'arbusto con chirurgica efficienza, e voltò le spalle alla scuola elementare Spinola.

La Funicolare Zecca-Righi

Invece di prendere la strada di sempre, Karsten si avviò lungo Corso Firenze fino al Castelletto. Nessuno lo fermò. Nessuno gli chiese nulla — aveva il maglioncino dei lupetti e lo zaino: sembrava un bambino che raggiunge i suoi compagni per una riunione. La divisa, lo sapeva, era il miglior lasciapassare del mondo.

Davanti a lui si apriva la Funicolare Zecca-Righi: un mito cittadino, una meraviglia meccanica che si arrampica sulla montagna con la determinazione di un alpinista anziano ma instancabile. Per un tratto va addirittura sottoterra, scavando nelle viscere del promontorio genovese, per poi risbucare alla luce del quartiere Righi, in collina.

Karsten salì. La funicolare partì con il suo cigolìo familiare.

Fuori dal finestrino, Genova si rimpiccioliva. Il porto diventava un disegno. La Lanterna sembrava un mozzicone di matita. E lassù, oltre le case, oltre i tetti di ardesia grigia, si apriva il verde delle colline con i vecchi forti che cingono la città come una corona di pietra — costruiti secoli fa per difendere la Superba, e ora perfetti per essere esplorati da un lupetto di otto anni con quarantasette lentiggini e un cuore grande come il porto.

L'avventura era appena cominciata.

 

Karsten e il forte sopra Genova

 

Era sceso dalla funicolare con apparente tranquillità e si era incamminato verso la collina, lontano dalle case che ormai stavano risalendo il Righi. La città cresceva continuamente, allungando le sue strade e le sue costruzioni sempre più in alto, quasi a voler conquistare le pendici dell'Appennino, quella corona di montagne che proteggeva Genova, la regina del Mediterraneo.

 

Karsten camminava deciso.

Il primo giorno

Aveva trovato il suo rifugio.

Doveva essere il rifugio dalla quotidianità di via Montegalletto, dalla scuola, dagli orari, dagli adulti che decidevano ogni cosa. Con pazienza aveva esplorato i sentieri sopra la città e aveva scoperto uno dei vecchi forti abbandonati che dominavano Genova dall'alto. Il tempo lo aveva trasformato in un rudere: mura crollate, pietre sparse, erbacce che spuntavano tra le crepe.

Dietro un mezzo muro franoso, nascosto da un cumulo di pietre cadute, aveva trovato il posto perfetto.

Posò lo zaino e il sacco a pelo proprio sotto quel riparo naturale. Il muretto lo avrebbe difeso dal vento costante che saliva dal mare. Non era un vento freddo, ma non smetteva mai di soffiare.

Con pazienza si costruì un giaciglio. Raccolse rami secchi, pezzi di legno marcio e tutto ciò che poteva essere utile per accendere un fuoco.

Quando il sole raggiunse il punto più alto del cielo, era ormai sistemato. Non aveva fame. Non era stanco.

Era pieno di adrenalina.

Per la prima volta nella sua vita si sentiva completamente libero.

Non aveva paura. Al contrario, era determinato a restare lassù il più a lungo possibile.

Non conosceva il nome di quel vecchio forte, ma dalla cima del muretto poteva osservare tutta Genova.

Il mare scintillava in lontananza.

La Lanterna dominava il porto come un gigante immobile, più alta e maestosa di ogni altra costruzione. Le navi entravano e uscivano lentamente dal porto protetto dalla diga foranea, che sembrava il braccio di un guerriero disteso sul mare.

Le "ochette" increspavano la superficie dell'acqua.

Karsten conosceva bene quel fenomeno.

Suo padre era un ingegnere navale e spesso lo portava con sé durante le ispezioni e i collaudi delle navi. Lavorava per una grande società norvegese di certificazione navale e conosceva il mare come pochi altri.

IL Padre di Karsten era nipote di un famoso esploratore polare.

Forse era per questo che Karsten sentiva scorrere dentro di sé quel desiderio continuo di partire, scoprire, esplorare. Come se una parte di quell'antico spirito d'avventura gli fosse stata trasmessa nel sangue.

Seduto sul muretto, senza binocolo ma con gli occhi pieni di curiosità, osservava il sole muoversi lentamente verso ponente.

Ora dopo ora scendeva verso l'orizzonte, dove sembrava voler entrare nel mare.

Karsten si stava abituando al forte.

Passeggiava tra i ruderi come se ne fosse il proprietario. Le vecchie torrette, i corridoi spezzati e le mura crollate diventavano nella sua immaginazione le difese di un castello.

Si sentiva un cavaliere. Un cavaliere senza cavallo. Un guardiano solitario.

Naturalmente sapeva benissimo che non esistevano nemici da combattere. Non era un bambino ingenuo. Sapeva distinguere i sogni dalla realtà.

Ma questo non gli impediva di fantasticare.

Quando arrivò il momento di mangiare tirò fuori la sua cena: Simmenthal e fagioli.

Accendere il fuoco non era stato semplice. Aveva consumato parecchi fiammiferi lunghi e la legna raccolta non era asciutta come sembrava. Alla fine, dopo numerosi tentativi, una piccola fiamma aveva preso forza e si era trasformata in un allegro falò.

Karsten lo osservò soddisfatto. Le fiamme danzavano tra le pietre del rudere. Quando scese la sera, Genova si trasformò.

Las prima notte

Dal forte sembrava una distesa infinita di stelle terrestri.

Le automobili disegnavano linee luminose in movimento. I lampioni rimanevano immobili come costellazioni artificiali. Le finestre illuminate raccontavano migliaia di vite diverse.

Karsten restò a guardare per molto tempo. Poi la notte avvolse ogni cosa.

La luna era quasi piena e rischiarava i prati e i sentieri. Dietro il muretto il ragazzo si sdraiò nel sacco a pelo. Bevve qualche sorso d'acqua dalla borraccia dei lupetti e alzò lo sguardo verso il cielo.

Le stelle erano innumerevoli.

Molte più di quelle che riusciva a vedere dalla città. Sdraiato nell'oscurità, con il vento che sussurrava tra le pietre del forte, si sentì improvvisamente parte del mondo.

Si addormentò.

Sognò viaggi.

Sognò mari lontani.

Sognò terre sconosciute.

E la notte passò in un soffio.

Il secondo giorno

La mattina seguente il sole era già comparso tra le torrette del rudere.

Karsten si rese conto di aver dimenticato molte cose: lo spazzolino, il pettine, persino l'acqua per lavarsi.

Per un momento sorrise.

I veri esploratori non avevano tutte quelle comodità.

Dedicò la giornata all'esplorazione dei dintorni.

Camminava lungo i sentieri senza allontanarsi troppo. Sapeva che ormai i suoi genitori dovevano essere disperati e immaginava che mezza Genova fosse impegnata a cercarlo.

Tra i prati vide lucertole, farfalle e alcuni leprotti che scappavano non appena si avvicinava. Avrebbe voluto accarezzarli. Ma quelli sparivano sempre tra l'erba alta.

Durante le lunghe ore di solitudine pensava spesso a Peter Pan. Era il suo eroe.

Lui non sapeva volare, certo, ma si sentiva un po' come il ragazzo dell'Isola che non c'è: libero dagli adulti e dalle loro regole.

A volte immaginava perfino di parlare con Trilly. Quelle fantasie lo aiutavano a non sentirsi solo.

Eppure, quando arrivò la seconda sera, qualcosa cambiò.  La città era sempre bellissima.

Il forte era sempre il suo castello.

Ma la solitudine cominciava a farsi sentire.

Per la prima volta sentì la mancanza di Livio, del rumore della casa, persino delle discussioni con i genitori. Era una sensazione nuova. Non dolorosa. Ma presente.

La seconda notte

Quella notte dormì meno serenamente.

Il terzo giorno

La mattina del terzo giorno fu svegliato dai soliti raggi dorati che sbucavano accanto alla torre del rudere.

Mangiò gli ultimi biscotti rimasti.

Poi sentì delle voci, rumori, passi.

Si alzò di scatto.

Dal lato opposto del forte comparvero due uomini in uniforme.

«È qui!»

«L'abbiamo trovato!»

Karsten rimase immobile. Più sorpreso che spaventato. Anzi, in fondo provò persino un certo sollievo.

I due uomini si avvicinarono rapidamente. Erano carabinieri.

Lo abbracciarono con entusiasmo.

Erano sinceramente felici di averlo trovato.

Dalle loro parole Karsten capì che tutta la città si era mobilitata per cercarlo. Molti avevano pensato a un rapimento.

Lui non aveva mai immaginato di provocare tanta preoccupazione.

Voleva soltanto vivere un'avventura. Una vera avventura.

I carabinieri lo aiutarono a raccogliere le sue cose e a rimetterle nello zaino.

Il ritorno

Poi scesero insieme fino alla strada.

Lì li attendeva una splendida Alfa Romeo dei Carabinieri, blu scura, con il lampeggiante sul tetto.

Per Karsten il viaggio di ritorno fu quasi emozionante quanto la fuga. Le sirene risuonavano tra le vie di Genova, le persone si voltavano, le automobili si spostavano, lui osservava tutto dal finestrino con gli occhi spalancati.

L'arrivo a casa, però, fu molto diverso da come aveva immaginato.

Non ci furono sorrisi, non ci furono applausi per il piccolo esploratore.

Ci furono lacrime, paura, rabbia, sollievo.

Tutte insieme.

Karsten non riusciva a comprendere fino in fondo ciò che era successo.

Molti anni dopo

Solo molti anni dopo avrebbe capito davvero.

Avrebbe compreso l'angoscia dei suoi genitori, le notti senza dormire, le ricerche, i giornali che avevano raccontato la scomparsa di quel bambino straniero sparito all'improvviso.

Da bambino vedeva soltanto il proprio sogno.

Da adulto avrebbe imparato a vedere anche il dolore e l'amore nascosti dietro la paura.

Eppure, non rinnegò mai quei tre giorni.

Furono la sua prima vera avventura.

La prova che dentro di lui viveva qualcosa che non si sarebbe mai spento: la curiosità per il mondo, il desiderio di partire, la voglia di scoprire ciò che si trova oltre l'orizzonte.

E la vita, negli anni successivi, gli avrebbe regalato molte altre avventure.

Forse non tutte vissute sopra un vecchio forte.

Ma tutte nate da quel medesimo spirito che, in quei giorni lontani, aveva guardato Genova dall'alto e aveva sognato di conquistare il mondo.

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